Dell'importanza di farsi un nome

15.41



In questi ultimi giorni, per l'esattezza sono 10!!!, mi sto occupando del cambio stagione nel mio guardaroba.
Il lavoro è stato molto impegnativo tanto da avermi fatto sviluppare una, sicuramente momentanea, idiosincrasia nei confronti dei vestitii. Sarà certamente temporanea, lo ripeto onde evitare che qualcuno si illuda, ma tanto intensa da avermi tenuta lontana da negozi virtuali e reali già da 2 settimane. Un record assoluto.
Fino ad oggi il famigerato "cambio dell'armadio" non era un'attività a me sgradita, anzi!
Quest'ultima volta però le cose sono state più complicate e meno gratificanti del solito.

In primis perchè non ho più i miei 3 armadi a disposizione e il progetto della mia immensamente desiderata cabina armadio è stato accantonato per via di altri progetti (migliori? forse) che nel frattempo si sono frapposti.

In secondo luogo perchè ho scoperto che le scatole di cartone sono il luogo meno adatto dove riporre prodotti tessili, poichè producono un odore orrendo. Ho dovuto lavare tutto e quando dico tutto intendo proprio tutto: dalle lenzuola alle magliette dalla lingerie ai maglioncini di cotone. Sono settimane che le mie amiche tedesche lavorano a ciclo continuo per darmi una mano: non solo la lavatrice, ma anche l'asciugatrice mi ha cambiato la vita!

Ora di scatoloni malefici e maleodoranti non ne è rimasto più nemmeno uno, sono stati sostituiti da più sicuri, almeno spero, scatoloni di plastica con tanto di vano per inserire l'antitarme o qualsivoglia profumatore e dai miracolosi sacchi salva spazio a cui si aspira l'aria.

In ultimo mi sono dovuta inventare e talvolta costruire spazi dove riporre i miei averi dei quali presto vi mostrerò documentazione fotografica.

Veniamo alle considerazioni a cui fa riferimento il titolo.

Aprendo scatoloni di cui avevo dimenticato l'esistenza, alcuni erano ancora parcheggiati nel tugurio, mi sono passati davanti agli occhi miriadi di capi di abbigliamento, non tutti recentissimi, data la mia abitudine a conservare i ricordi.

Ho visto skinny che portavo al liceo, ma che allora chimavamo jeans elasticizzati e non avevano nessun impatto fashion


Harem pant comprati in un negozio a barcellona 5 di anni fa, che allora non avevano un nome e avevano fatto nascere più di qualche dubbio tra i miei conoscenti.


Flare di almeno 3 colori diversi, della fine degli anni '90, che io chiamavo semplicemente pantaloni a zampa (omettendo il "di elefante"). Li ho indossati nella mia fase hippy, senza che il mondo seguisse la mia tendenza, altrimenti oggi sarei una trend setter!


Per non parlare dei leggings che, vergognandomi, non ho mai smesso di portare per via della mia impossibilità ad indossare collant di nylon...una ventina di anni fa venivano denominati fuseaux( io ho letto un cartello che li indicava come FUSò)o pantacollant


Ora non mi vengono in mente altri esempi, ma al di là dell'eterno ritorno modaiolo, ciò che mi è sembrato interessante è come il lancio di certi capi necessiti di un nome accattivante, magari inglese, per poter influenzare il gusto.

Non bastano solo le sfilate, le pagine sui gionali, le giuste tesatimonial, bisogna trovare un nome ad hoc ad un capo perchè diventi, o ci convincano che sia, IRRINUNCIABILE. Credo che lo stesso ragionamento si possa in qualche modo estendere al fenomeno delle it bag.

Il nome, banalmente, togliendo un determinato oggetto dall'anonimato gli conferise uno status superiore, lo rende maggiormente distinguibile e quindi più desiderabile.

Senza dimenticare il miracoloso effetto della ripetizione; repetita iuvant dicevano i latini, anche se con tutt'altre intenzioni, vero è che continuando a sentir parlare o a vedere una qualsiasi cosa a poco a poco incominciamo a bramarla. Succede così che qualcuno compri stivali che ha per mesi denigrato, ma non per mero spirito di emulazione, ma proprio perchè un mirato martellamento mediatico ha semplicemente modificato il gusto personale.

Credo che il nome "proprio" amplifichi questi effetti ben noti ai pubblicitari.

Ovviamente tali meccanismi non agiscono su ogni individuo con la medesima intensità, ma probabilmente nessuno ne è immune.

Me, misera, pur considerandomi un essere dotato di uno spiccato libero arbitrio, accetto ormai rassegnata il mio essere spot dipendente e giro un supermercato dopo l'altro alla disperata ricerca del nuovo rotolo regina Blitz, ditemi che esiste per davvero!


Read Users' Comments (3)

3 Response to "Dell'importanza di farsi un nome"

  1. Anonimo Says:
    12 maggio 2009 11.04

    ma Miiiiii!!!!
    Non cadermi nel Blitz ti prego! Proprio l'altro giorno mi è capitato di vedere la televendita del Blitz e di pensare "ma guarda come cercano di infinocchiarci!! ma credono che siamo cretine? ma che pelucchi? da quando lo "scottex" lascia in giro i pelucchi? non sanno più cosa inventarsi.. ecc. ecc."

    Ed ecco la prima topona caduta nella trappolona ;-)

    Detto questo, se lo trovi e lo provi fammi sapere com'è.. ahhahhaaa :-D

    Cri

  2. Nily says:
    12 maggio 2009 12.10

    Guarda, mi accadde con gli Ugg boot, poi coi Mukluk, e con un'altra infinità di cose che prima reputavo indecenti e poi ho finito per comprare (ovviamente solo se in offerta o cose del genere).
    Per fortuna però io la tv (e dunque la pubblicità) non la guardo, però quella mi raggiunge lo stesso con il catalogo dmail a casa....hai idea di quanto quel marchio riesca a convincerti che un bastone tu debba pagarlo 20 euro perchè ti chiude la porta d'ingresso dai ladri?
    ahahahah, che epoca di pazzi!

  3. mimi says:
    22 maggio 2009 10.44

    Cris non ho ancora ceduto al richiamo seducente dell rotolone, anche perchè la pubblicità è cessata
    :)
    ora sto in fissa con i nuovi gusti del grand soleil
    :DDDD

    Nilly io sono davvero patologica
    ;)