09.36
Da bambina mangiavo poco e sempre malvolentieri, ero magra magra e piuttosto testarda.
Mia madre, mia nonna e tutta la famiglia allargata si adoperava perchè io ingerissi anche la pur minima quantità di cibo. I tantativi si sprecavano, dalle maniere dolci alle sgridate solenni e pure qualche scappellotto, ma io rimanevo seduta per ore con il mio piatto davanti. Ho perfino una fotografia che mi ritrae sola soletta con la tavola quasi tutta sparecchiata, a parte il mio piatto ancora colmo di risotto. Non erano capricci e nemmeno una strategia per attirare l'attenzione, sarei pronta a giurarlo, ma proprio l'appettivo mi mancava.
Un giorno, esasperata dai continui riproveri e mossa da un desiderio fermo di ribellione decisi di scappare di casa.
Non andai molto lontano, mi rifufgiai da mia nonna.
L'idea fu tutt'altro che felice, perchè la mia tenera nonnina si trasformò in un tenete dei marins, decisa a mettermi in riga a tutti i costi: arrivò perfino a legarmi alla sedia!
Mi sentivo spacciata, ero caduta dalla padella nella brace, ma poi successe il miracolo, scoprii la cucina di mio Nonno.
Mio nonno preparava tre o quattro piatti, tutti deliziosi, estremamente calorici e anche per questo straordinariamente gustosi. Sarà che, come spesso accade agli uomini che cucinano, lui li portava in tavola come un trofeo, come un dono che mi faceva piuttosto che come un bisogno, una costrizione, ma io comincia a chiedere perfino il bis.
La sua frittata di patate, le sue polpette e i suoi capù sono passati alla storia e mi hanno salvata dal rischio di ammalarmi.
La sua frittata di patate era tutta diversa da come l'avevo mai mangiata, lui metteva a friggere le patate tagliate a rondelle spesse e poi ci aggiungeva il composto che non so come facesse, ma non sapeva di uovo, profumava di paradiso.
I capù, non so come si chiamano in italiano,sono degli involtini di verza, verde scura però, con all'interno un ripieno goloso, simile a quello con cui faceva le polpette. Ci avrà messo del cotecchino di sicuro, perchè i cotechini non mancavano mai a casa sua, me li ricordo appesi a file lunghissime a penzolare dal soffitto.
Non ho le ricette, credo non le avesse nemmeno lui, so solo che scendeva di sotto e accendeva la grossa stufa bianca e se ne stava a cucinare nella sua stanza, che ora è diventato il mio tugurio. Forse il segreto stava anche nella cottura lenta e paziente.
Solo molti anni dopo ho scoperto retroscena spiacevoli di lui e delle ore che passava solo. Sono arrivata ad odiare mio nonno tanto da non riuscire a piangere al suo funerale, ma finalmente, da qualche tempo, ho ricominciato a pensare a lui anche in chiave positiva; me lo immagino che tra una mescolata e l'altra alla polenta, mi viene a spingere sulll'altalena che aveva fatto per noi, proprio fuori da quella stanza, perchè mio nonno non era un uomo cattivo, ora lo so.