Ultimamente sono tornata indietro nel tempo.
Il lavoro, la casa, le responsabilità avevano messo a tacere la Mi filosofa, ma ultimamente oltre al lavoro, la casa e le responsabilità si sono aggiunte anche un marito, un trasloco, un autolicenziamento e qualche altro migliaio di problemi che non sto ad elencarvi. Così ho smesso di dormire.
Passo le mie notti a pensare, come quando ero giovane, molto tormentata, sofferente e irrequieta.
A quell'epoca avevo molto tempo, che impiegavo soprattutto a leggere, fantasticare, sognare ad occhi aperti ed elaborare speculazioni più o meno ispirate.
Ho scelto di studiare filosofia per questo motivo, perchè adoravo la mia componente ispirata.
Mi capitava di arricciare il naso quando vedevo delle brave ragazze con gli occhiali spessi, chine sui libri che leggevano Nietzsche come si legge un manuale di diritto commerciale.
Avrei voluto che intorno a me ci fosse solo gente che camminava sull'orlo del precipizio, che a fatica riuscisse a mantenere l'equilibrio sulla linea sottile che divide l'illuminazione dalla pazzia.
Quando lessi "La campana di vetro" della compianta Sylvia Platt maledissi il giorno in cui decisi di farlo.
Esther mi assomigliava in modo drammatico, il suo destino ingrato (che poi fu lo stesso dell'autrice) mi fece male, tanto male da spingermi a trovare una soluzione.
L'educazione sfacciatamente cattolica che ho ricevuto, mi ha impedito di accostarmi a certi grandi argomenti sgombra di ogni pregiudizio, il tema della morte è senz'altro uno di questi.
L'idea di essere "costretti" a vivere, poiché la vita è un dono divino, suscitava in me una profonda angoscia, anche solo sfiorare l’idea del suicidio mi provocava immensi sensi di colpa dovuti agli infiniti anni di catechismo dove, oltre a sottolinearne l’accezione profondamente negativa, se ne rammentavano solo le inevitabili conseguenze infernali.
Grazie ad Heidegger, ma soprattutto a Sylvia Platt riuscii a trovare il mio equilibrio.
Compresi che lasciare a se stessi la possibilità di morire è il modo migliore per celebrare la vita.
La morte come scelta, è un atto estremo, ma è l’incarnazione stessa del libero arbitrio.
Accettare il fatto che davanti ad un grave problema, una immensa difficoltà o un dolore straziante io avrei sempre potuto decidere di chiudere gli occhi per sempre, mi ha ridato una serenità insperata. Non solo. L’idea che fino ad oggi di fronte ad ogni bivio io abbia comunque e sempre scelto di vivere, mi dà una grande forza, perché sento di essere responsabile del mio essere al mondo.
Potrei essere sia qui che altrove o non essere affatto.
Quando ieri notte, dopo tanti anni, questi pensieri soffiavano tra le piume del cuscino ho chiuso gli occhi, sapendo che quando la luce fosse entrata dalle persiane, li avrei riaperti.







































































